Se nell’affrontare la trattazione di un’opera d’arte non si può prescindere dall’autore, è ancora più affascinante definire cosa è opera d’arte, riecheggiando la testimonianza che lo scrittore ci ha lasciato.
L’opera d’arte è «organismo», e ciò implica che la parola forma cessi di comprendere esclusivamente i concetti di stile, lingua, grammatica per essere «trasportata a significare la parte interiore dell’opera d’arte letteraria, l’organismo per cui essa può gareggiare con la statuaria per la nettezza dei contorni, con la pittura per la vaghezza del colorito e l’illusione del rilievo e dello sfondo, con la musica per l’indefinitezza del sentimento, e fin emulare la Natura per la varietà dei caratteri e delle figure delle sue creazioni»1.
Ogni opera d’arte rispecchia in modo sensibile e tangibile la personalità dell’artista e dell’uomo insieme, e «la costruzione dell’opera d’arte registra, nel suo divenire, la storia biografica ed interiore dell’artista […] fino alla sintesi estetica dell’opera stessa, in cui si conclude e si risolve il processo»2.
Per un «pieno intendimento»3 del Marchese di Roccaverdina è necessario recuperare quei «legami originari [dell’opera] col mondo geografico spaziale di partenza e con la cultura del contesto storico che l’ha generata»4 e in cui, prima dell’autore, ha vissuto l’uomo Capuana.

Una trama letteraria prende forma, linfa vitale, colori solo quando l’artista rielabora «esperienze e farneticazioni sofferte»5.
I personaggi del romanzo, anche le figure che paiono di secondo piano, sono esemplari umani il cui travaglio spirituale, psicologico è così sapientemente costruito da non poter essere stato semplicemente ‘pensato’.
In un’opera d’arte, che è sempre «figlia dell’immaginazione alata e del sentimento»6 , si possono, però, scrutare le irruzioni della realtà nella finzione letteraria ed indagarne le sfumature.