RIFLESSIONI

Sognai che il cervo illeso chiedeva perdono al cacciatore deluso

Nemer Ibn el Barud

Tre ipotesi sull’arte contemporanea

ipotesi gnostica

Il potere divinatorio delle immagini: l’iconoclastia.
Riduzione dell’aura; annientamento dell’aura: virtualità: idealismo barckleyano.
Assenza; silenzio; vuoto; ed infine il nulla e nel nulla ancora la divinità a riaprire il ciclo.
È “il destino della necessità” delle immagini e sembra essere l’unica certezza dell’arte.
In mezzo, tutte le fattispecie possibili del raffigurare, tutte le idiosincrasie individuali e culturali alla banalità dell’utile e del gradevole.
Il superamento dell’epica, dicono i “deboli” pensatori del ‘900, è la Verità del nostro tempo come se la mediocrità logico/narrativa fosse la natura autentica di tutti gli uomini, come se non ci fosse che il compatimento delle miserie umane, come se l’uomo contemporaneo potesse scegliere un’altra natura diversa da quella che da Gilgamesh arriva al Fight Club. Nell’umanità dell’arte, in ciò che essa ha più di divino invece non può che esserci epica anche quando si tratta di strapparsi la lingua di bocca, di bucarsi gli occhi o di ridersi addosso squarciandosi il ventre.
Silenzio.
Tace davvero nel vuoto il nostro tempo?
L’arte oggi non appare: è una conoscenza esoterica avulsa dai salotti popolati da vecchie signore e arrampicatori sociali.
C’è un segreto labirinto che appartiene ad una aristocrazia selezionata da una gnosi indivisibile e che sa riconoscere l’ “opera”. Questi contemporanei “bibliotecari” trattengono non solo la memoria dell’arte ma custodiscono soprattutto la sua epica.
È bene che nessuno sappia esattamente chi essi siano, e io stesso che ne intuisco l’esistenza non saprei come indicarli, ne vorrei che si seguisse l’ “opera” per rintracciare il suo custode.

ipotesi progressista

La vita dell’arte spesso può provocare all’osservatore anche attento un certo smarrimento e con esso anche qualche scetticismo. Si tratta dell’eterna commistione di elementi diversi ed eteronomi che costituiscono i fenomeni dell’arte. È difficile distingue il valore estetico, la tecnica (il saper fare), perfino qualche volta la poetica, dall’evento/provocazione fine a se stesso e tuttavia è innegabile che queste manifestazioni dell’arte ci appartengano profondamente. Sono, cioè, così vicini al nostro sentire culturale da costituirne un apice, una sintesi estetica ed espressiva del nostro tempo. Esattamente come accadeva per le grandi opere del Rinascimento in cui si poteva e si può ancora leggere non solo l’umore o il gusto di un artista ma il senso di un epoca, così nelle creazioni di Hirsh o Cattelan è assente ogni individualismo romantico anche con il rischio di fare del pop un segno utile solo ad una ristretta cerchia di addetti ai lavori. La “bella pittura” non è un tabù ma la sua rilevanza è relativa al mondo che la produce e che oggi affida soprattutto al mondo della comunicazione i canoni armonici tradizionali.

Nell’arte, nella cultura la necessità espressiva è una qualità estetica progressiva che si attesta oltre le mille coniugazione con cui ogni evento deve fare i conti. E’ anzi in questa sua natura complessa oltre l’individuo che la produce che sta il suo valore.

ipotesi tecnologica

Nell’età della tecnica non vi è nessuna morale; non c’è nemmeno l’uomo.

Ogni riflessione sull’arte è inutile.

Ogni riflessione è inutile

«We Are the Borg. You Will be Assimilated. Resistance is futile.»

«Noi siamo i Borg. Voi verrete assimilati. La resistenza è inutile.»

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